Dialetto Toscano

Visto che sono partito dalle Marche, proseguo la dissertazione nel centro Italia con il vernacolo, parlata caratteristica genericamente di un centro o di una zona limitata, ma che oggi si identifica nel dialetto fiorentino personalizzato, secondo una tesi molto contestata, dall’influenza etrusca della gorgia.

Secondo alcuni studiosi, il fatto che le prime vie di comunicazione (la flaminia e la salaria) tagliassero fuori quel territorio avrebbe permesso agli abitanti di mantenere ben radicata la lingua latina senza che quella etrusca riuscisse ad imporsi su di essa. Ma questa tesi non convince dato che già dal II secolo a.c. la cassia raggiunse Firenze e comunque è dall’anno mille che si cominciano a formare i vari idiomi.

Intorno al 1200 in toscana vi erano quattro dialetti: il pisano-lucchese, il senese, il fiorentino e l’orientale, almeno come ce li elenca Dante Alighieri nel “De vulgari eloquentia” e non era il vernacolo quello che primeggiasse sugli altri. Furono Boccaccio e Petrarca, peraltro non fiorentini, a dare impulso al dialetto fiorentino che ben presto divenne egemonico rispetto agli altri.

Ma passiamo alle peculiarità del dialetto, la c aspirata è quella che domina la parlata dei toscani: ‘asa per casa, ‘un per non e poi ci sono i vocaboli tipici della zona; cominciamo da babbo. Dante nel De vulgari eloquentia critica l’uso del termine babbo e nel XXXII canto dell’inferno scrive “Ché non è impresa da pigliare a gabbo / discriver fondo a tutto l’universo, / né da lingua che chiami mamma o babbo”, ossia: non è impresa da sottovalutare quella di chi voglia spiegare l’universo usando le parole di una lingua in cui si dice “mamma” e “babbo”. Il Collodi fa esclamare più volte a pinocchio, mentre era nella pancia del pescecane (la balena è nella versione della Disney) “Babbo, babbino caro, babbino mio“. Anche Giacomo Puccini nella sua opera “Gianni Schicchi” fa usare a Lauretta il termine babbo. Quale termine bisogna usare in conclusione, papà o babbo? Per la verità la vexata quaestio tra “papà” e “babbo” era tipicamente ottocentesca, tanto che nel 1865 Giuseppe Frizzi, scrive: “Padre è la voce vera e nobile, la quale si riferisce a tutti i padri in generale; e si trasporta a significare paternità spirituale, e comecchessia Colui che primo ha dato origine a una cosa. – Babbo è voce da fanciulli, ed è usata anche dagli adulti a significazione di affetto, e suol dirsi parlando del proprio padre o del padre di colui a cui parliamo. – La voce Papà è una leziosaggine francese che suona nelle bocche di quegli sciocchi, i quali si pensano di mostrarsi più compiti scimmiottando gli stranieri“. Cari toscani usate la voce che più vi piace, l’importante è che l’affetto per il genitore non muti a seconda del termine.

Si sa che i toscani amano scherzosamente apostrofare gli amici, per cui la cadenza naturale dei discorsi spesso è “grullo (o strullo) e bischero”, con il significato di sciocco. tutte e due le parole hanno origini storiche ben precise: la prima ci viene tramandata dalla Firenze rinascimentale in cui la nobile famiglia Dal Borgo, proprietari del palazzo sito in via della scala, organizzava la tradizionale festa dello scoppio del Carro (brindellone) fornendo altresì due buoi e due persone (i grulli) che dovevano accudirli. Da allora per grullo si intende una persona semplice e sciocca. Il termine “bischero” risale addirittura al XII secolo ed ancora oggi c’è un incrocio, tra via dell’oriuolo e piazza del Duomo che porta il nome di “canto dei bischeri” ed anche questa è legata ad un casato a quello, appunto, della famiglia dei Bischeri, tra le più ricche di tutta Firenze. Erano proprietari dei terreni di quella zona e si narra che verso la fine del 1200 il governo offrì loro un’ingente somma di denaro per acquisirli e costruirvi sopra il Duomo; i Bischeri, fiutando l’affare, rifiutarono l’offerta sperando di trarne un maggior guadagno, ma il governo si spazientì ed espropriò quei terreni per pochi soldi. Lo smacco costrinse la famiglia a lasciare la città per farvi ritorno solo nel 1500 dopo aver cambiato il cognome in Guadagni perché il primo era ormai bollato di infamia. Da allora il termine bischero viene usato per indicare una persona poco furba.

Per rimanere in tema di ingenuità, concludo con un sonetto di Rustico Di Filippo “oi dolce mio marito Aldobrandino”

Oi dolce mio marito Aldobrandino, rimanda ormai il farso suo a Pilletto, ch’egli è tanto cortese fante e fino, che creder non déi ciò che te n’è detto. E non star tra la gente a capo chino, ché non se’ bozza, e fòtine disdetto; ma, sì come amorevole vicino, co noi venne a dormir nel nostro letto. Rimanda il farso ormai, più no il tenere, ché mai non ci verà oltre tua voglia, poi che n’ha conosciuto il tuo volere. Nel nostro letto già mai non si spoglia. Tu non dovéi gridare, anzi tacere: ch’a me non fece cosa ond’io mi doglia.

Traduzione

O dolce marito mio, Aldobrandino, restituisci pure a Pilletto il suo panciotto, poiché egli è un giovane tanto cortese e raffinato che tu non devi credere a quanto ti viene detto sul suo conto. E non camminare tra la gente a capo chino [non vergognarti], poiché non sei cornuto e te ne faccio smentita; ma lui, come vicino amorevole, venne a dormire nel nostro letto [a farci visita]. Restituisci il panciotto, non lo tenere oltre, poiché [Pilletto] non verrà più qui contro la tua volontà, visto che ora conosce il tuo volere. Non si spoglierà più nel nostro letto. Tu non dovevi gridare, dovevi anzi stare zitto: infatti lui non mi ha fatto nulla di cui io possa lagnarmi.

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emasucci

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