Ma chi lo ha detto?

Quante frasi celebri abbiamo studiato sui libri di scuola attribuendole a questo o a quel personaggio storico senza metterne in dubbio la veridicità. Già, che motivo ci potrebbe essere per pensare a qualche manipolazione e a che pro.

Cominciamo dall’antica Roma, la famosa frase di Cesare “ il dado è tratto”, pronunciata prima di attraversare il Rubicone pare sia frutto di un errore di trascrizione della traduzione dal greco, così come ci racconta Plutarco ne “le vite parallele” ed attribuita da Svetonio a Giulio Cesare; questa è la tesi di Erasmo da Rotterdam, ma c’è da fidarsi di uno che elogiava la follia?

Il comune di Rimini e la provincia di Forlì e Cesena hanno adottato, sugli stemmi, entrambe questa frase, ma in versioni diverse: “jacta est alea” il comune mentre la provincia ha preferito adottare “alea jacta est”. Tutta questa confusione perché, sempre secondo Plutarco, pare che Cesare abbia profferito la frase direttamente in greco e si sa che gli emigranti parlano male la lingua del paese dove approdano.

Su questo io ho idee ben precise e la mia tesi è che era il 10 gennaio, davanti a se aveva i galli, vicino c’era la terra della knorr, Cesare deve aver detto “co’ sto freddo ce starebbe bene un brodino, getta er dado che ce riscallamo”.

Altro personaggio che secondo la ricostruzione storica non si è mai sognato di dire “eppur si muove”, fu Galileo Galilei davanti alla santa (perché la chiamano così?) inquisizione che lo aveva convocato per abiurare la tesi copernicana, da lui abbracciata, della centralità del sole e non della terra. A 70 anni aveva poca voglia di finire al rogo (però la tortura non era ammessa dalla chiesa dopo i 65 anni di età, quanto erano umani) visto il precedente di pochi anni prima di Giordano Bruno pensò chi se ne frega, salviamo la pellaccia .

Chi la coniò e la attribuì a lui per riabilitarlo fu il giornalista Giuseppe Baretti, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue fondatore dell’accademia della crusca (chiedo venia, il Baretti fondò “la frusta letteraria”, della crusca, fondata circa 200 anni prima, era un adepto), ma era una ricostruzione in chiave anticattolica ad uso e consumo di un pubblico inglese

Anche su questo ho le mie ferree convinzioni: il pisano non era davanti alla santa inquisizione, ma a letto con una giovane fanciulla, data l’età fece cilecca per cui guardandoselo disse “eppur si muove”.

Quando si parla del Machiavelli, ci si immagina la figura di un uomo cinico con il volto mefistofelico capace di ogni nefandezza; invece guardandone i ritratti dell’epoca diresti che è un timido impiegato del catasto vessato da una moglie arcigna. Poteva essere lui a coniare una frase tracotante come “il fine giustifica i mezzi”?

In realtà un’affermazione del genere non la si trova in alcuno dei suoi scritti, solo nel 18° capitolo de “il principe” si trova una frase che sintetizzata recita “nelle azioni massime de’ principi si guarda il fine”, intendendosi con questo che i governanti devono guardare alla politica ed ogni loro decisione, anche la più nefanda, non la si può condannare se tesa al raggiungimento ed al mantenimento del potere che mira a costruire la solidità dello stato.

Obbedisco invece è realmente attribuibile a Garibaldi, ma non la profferì verbalmente a Vittorio Emanuele II a Teano,  la scrisse al Generale La Marmora che gli intimava di sgomberare il Trentino entro 24 ore: “Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco. G. Garibaldi”. Tale documento è depositato negli archivi di stato

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emasucci

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